ALLA FINE L’AMORE MUTERA’ IN UNA FORMA DIVERSA

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Un anno prima della sua morte, lo scrittore F. Kafka visse un’esperienza insolita. Passeggiando per il parco Steglitz a Berlino incontrò una bambina, che piangeva sconsolata: aveva perduto la sua bambola. Kafka si offrì di aiutarla a cercarla e le diede appuntamento per il giorno seguente nello stesso posto.
Incapace di trovare la bambola, scrisse una lettera – da parte della bambola – e la portò con sé quando si rincontrarono. “Per favore non piangere, sono partita in viaggio per vedere il mondo, ti riscriverò raccontandoti le mie avventure…”, così cominciava la lettera.
Quando lui e la bambina s’incontrarono egli le lesse questa lettera attentamente descrittiva di avventure immaginarie della bambola amata. La bimba ne fu consolata e quando i loro incontri arrivarono alla fine, Kafka le regalò una bambola. Ella ovviamente era diversa dalla bambola originale, in un biglietto accluso spiegò… “i miei viaggi mi hanno cambiata”.
Molti anni più avanti la ragazza cresciuta, trovò un biglietto nascosto dentro la sua bambola ricevuta in dono. Riassumendolo diceva: ogni cosa che tu ami è molto probabile che tu la perderai, però alla fine l’amore muterà in una forma diversa.

Da “Kafka e la bambola viaggiatrice”, di Jordi Sierra i Fabra.

SCHOPENHAUER: L’AMORE E’ LEGATO ALLA SESSUALITA’

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Per Schopenhauer  l’amore è legato alla sessualità, la quale a sua volta esprime la volontà della specie di proseguire la sua esistenza.

“Ogni innamoramento, infatti, per quanto voglia mostrarsi etereo, ha la sua radice solo nell’istinto sessuale, anzi è in tutto e per tutto soltanto un impulso sessuale determinato, specializzato in modo prossimo e rigorosamente individualizzato.
[…] L’estasi incantevole, che coglie l’uomo alla vista di una donna di bellezza a lui conveniente e che gli fa immaginare l’unione con lei come il sommo bene, è proprio il senso della specie, che, riconoscendo chiaramente impresso in essa il suo stampo, vorrebbe con essa perpetuarlo. Da questa decisa inclinazione verso la bellezza dipende la conservazione del tipo della specie: perciò esso agisce con cosí gran forza. Noi considereremo piú oltre singolarmente gli accorgimenti, che esso adopera. L’uomo è dunque in ciò guidato realmente da un istinto, che tende al miglioramento della specie anche se si illude di cercare soltanto un accrescimento del proprio godimento. In effetti noi abbiamo qui un istruttivo chiarimento sull’intima essenza di ogni istinto, il quale quasi sempre, come qui, mette in moto l’individuo per il bene della specie.
[…] Conformemente all’esposto carattere della cosa, ogni innamorato, dopo il godimento finalmente raggiunto, prova una strana delusione e si meraviglia, che ciò che ha cosí ardentemente desiderato non dia nulla di piú di ogni altro appagamento sessuale; tanto che egli ormai non si vede piú spinto verso di esso. Quel desiderio dunque stava a tutti i rimanenti suoi desideri nello stesso rapporto con cui la specie sta all’individuo, ossia come una cosa infinita e una finita. L’appagamento al contrario avviene propriamente solo per il bene della specie e non cade perciò nella coscienza dell’individuo, il quale qui, animato dalla volontà della specie, serviva con ogni sacrificio ad un fine, che non era il suo proprio. A. Schopenhauer, Il mondo come volontà e rappresentazione, II, 44
Grande Antologia Filosofica, Marzorati, Milano, 1971, vol. XIX, pagg. 653-656

“Si tratta di una passione tirannica e demoniaca, anzi metafisica, che nei gradi più alti della sua intensità è capace di travolgere tutto, anche la vita stessa di chi vi è irretito. E se ne capisce il perché, dice il filosofo, se si pensa che dall’amore dipende la perpetuazione della specie.Ma una cosa di tanta importanza non poteva essere lasciata all’arbitrio degli individui e così la natura ci ha dato l’istinto sessuale, la cui forza e infallibilità ci inducono a fare quello che non faremmo mai con la mera riflessione razionale. Tale istinto crea delle illusioni, facendoci credere che l’amplesso con una determinata persona ci procurerà una gioia infinita; ma poi, post rem, scopriamo con stupore che così non è. Intanto la natura ha ottenuto il suo scopo, quello appunto della riproduzione. Ciò che le sta a cuore, infatti, è la vita della specie e non quella degli individui, che essa considera semplici strumenti o zimbelli. Ogni amore, per quanto etereo possa apparire, è radicato nell’istinto sessuale; e non c’è alcuna differenza essenziale tra il cervo in fregola che bramisce e il poeta innamorato che scioglie inni alla sua bella. Lo scopo è sempre lo stesso, comunque lo si persegua: perpetuare la specie. L’istinto sessuale, di cui la natura si serve per i suoi fini, ci guida come un fuoco fatuo e poi ci lascia negli stagni.”
(Metafisica dell’amore sessuale: l’amore inganno della natura/Arthur Schopenhauer.– Milano:Rizzoli, 1996 )

DISCORSO SULL’AMORE DI SANT’AGOSTINO

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L’amore è tutto

(S. Agostino)

 

Se tacete, tacete per amore.

Se parlate, parlate per amore.

Se correggete, correggete per amore.

Se perdonate, perdonate per amore.

Sia sempre in voi la radice dell’amore,

perché solo da questa radice può scaturire l’amore.

Amate, e fate ciò che volete.

L’amore nelle avversità sopporta,

nelle prosperità si modera,

nelle sofferenze è forte,

nelle opere buone è ilare,

nelle tentazioni è sicuro,

nell’ospitalità generoso,

tra i veri fratelli lieto,

tra i falsi paziente.

E’ l’anima dei libri sacri,

è virtù della profezia,

è salvezza dei misteri,

è forza della scienza,

è frutto della fede,

è ricchezza dei poveri,

è vita di chi muore.

 

L’amore è tutto.

LE RADICI DELL’AMORE

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Personalmente e Professionalmente condivido appieno questo passaggio sull’amore del bellissimo film “Il mandolino del capitano Corelli”. Roberto Cavaliere

“L’amore è una pazzia temporanea, erutta come un vulcano e poi si placa. E quando accade, bisogna prendere una decisione.
Devi capire se le vostre radici si sono intrecciate al punto da rendere inconcepibile una separazione. Perché questo è l’amore.
Non è l’ardore, l’eccitazione, le imperiture promesse d’eterna passione, il desiderio di accoppiarsi in ogni minuto del giorno. Non è restare sveglia la notte a immaginare che lui baci ogni angoletto del tuo corpo.
No, non arrossire, ti sto dicendo qualche verità. Questo è semplicemente essere innamorati, una cosa che sa fare qualunque sciocco.
L’amore è ciò che resta quando l’innamoramento si è bruciato; ed è sia un’arte, sia un caso fortunato.
Tua madre ed io avevamo questa fortuna, avevamo radici che si protendevano sottoterra una verso l’altra, e quando tutti i bei fiori caddero dai rami, scoprimmo che eravamo un albero solo, non due.
Ma, a volte, i petali cadono senza che le radici si siano intrecciate.”

IL MATRIMONIO COME SALVEZZA

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….Il matrimonio moderno è soprattutto un’istituzione di salvezza e non di benessere. Ma gli psicologi, i consulenti matrimoniali, gli psichiatri ecc. continuano a ripetere che soltanto i matrimoni felici sono buoni matrimoni, ovvero che i matrimoni dovrebbero essere felici. In verità ogni percorso di salvezza passa anche per l’inferno. La felicità, nel modo in cui viene proposta ai coniugi d’oggi, rientra nella sfera del benessere e non in quella della salvezza. Il matrimonio è un’istituzione volta prima di tutto alla salvezza, per questo è così pieno di alti e di bassi; è fatto di sacrifici, di gioie e di dolori. Ciascun partner, ad esempio, prima o poi è destinato a scontrarsi con il lato psicopatico dell’altro, vale a dire con quel lato del suo carattere che non è modificabile e che tuttavia ha conseguenze dolorose per entrambi. Affinché il matrimonio non vada in pezzi, uno dei due partner deve arrendersi, e generalmente è proprio quello che nella relazione si dimostra meno psicopatico. Se uno dei due è emotivamente freddo, all’altro non resta che dimostrare in continuazione sentimenti d’amore, anche quando la reazione del partner è debole e spesso inadeguata. Tutti i buoni consigli che si danno alle mogli o ai mariti, del genere: “Questo non và bene, è intollerabile, una moglie/un marito non può lasciarsi trattare così”, sono perciò sbagliati e dannosi.
Un matrimonio funziona soltanto quando si riesce a tollerare proprio ciò che altrimenti sarebbe per noi intollerabile. E’ logorandosi e smarrendosi che si impara a conoscere se stessi, Dio e il mondo. Come ogni percorso di salvezza, anche quello del matrimonio è duro e faticoso. Uno scrittore che crea opere di valore non vuole essere felice, vuole essere creativo. In questo senso raramente i coniugi riescono a portare avanti un matrimonio felice e armonioso come il tipo di matrimonio al quale, mistificando, gli psicologi vorrebbero far loro credere.
Il terrorismo legato all’immagine del ‘matrimonio felice’ procura notevoli danni.
A.Guggenbuhl-Craig – Il matrimonio. Vivi o morti, Moretti e Vitale, Bergamo.

FENOMENOLOGIA DELL’AMORE SECONDO BARTHES

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Barthes procede a un’analisi razionale dei sentimenti e delle emozioni che prendono l’innamorato, partendo invece dall’analisi del ramo semantico del discorso amoroso: prende alcuni concetti fondamentali, percepiti un po’ da tutti gli innamorati, e li esplicita con incredibile chiarezza, andando a fondo nelle dinamiche psicologiche e relazionali.

Per ricollegarci alle analisi precedenti, vediamo che anche Barthes sostiene l’unicità dell’amore, come già Schopenauer, ma va oltre, specificando cosa comporta questa unicità per chi ama.

«Nella mia vita, io incontro milioni di corpi; di questi milioni io posso desiderarne delle centinaia; ma, di queste centinaia, io ne amo uno solo. L’altro di cui io sono innamorato mi designa la specialità del mio desiderio. L’amore per una persona unica si riflette su chi ama, facendogli percepire la propria identità e unicità. Quindi l’amore contribuisce a darci la sensazione di essere individui unici.»1

La sua analisi più completa è nella forma di un dizionario, uno studio del linguaggio del “discorso amoroso” attraverso grandi capolavori letterari.

Nella sua opera troviamo tutte le fasi che possono caratterizzare l’amore. Egli afferma che le fasi dell’incontro amoroso sono essenzialmente tre in chi lo rievoca: la cattura, come per la metafora dell’uccellagione degli antichi egizi, consiste nell’essere rapito da un’immagine, da un sentimento, in un attimo; il conoscersi, la dolcezza della scoperta dell’altro, nella sua perfezione, la meraviglia di aver trovato chi dipinge ciò che inconsapevolmente era nel proprio ideale, un fatto casuale che si percepisce come soprannaturale; il “seguito: la lunga sequela di sofferenze, dolori, angosce, sconforti, rancori, impacci e tranelli” che minaccia di far crollare tutto il sistema di valori che quell’incontro aveva messo in piedi per l’amante e l’amato.2 Ma Barthes precisa, “c’è un’illusione del tempo amoroso. Io credo che sia un episodio, con un inizio e una fine. E tuttavia la ricostruzione del rapimento è a posteriori.”

Nel dettaglio, Barthes parla della fase dell’innamoramento,3 come di un rapimento in cui il rapitore non ha intenzionalità, ma è l’oggetto d’amore, e che causa una ferita profonda nel soggetto rapito (immagine da un lato simile a quella che ci riportano le incisioni degli antichi egizi, e dall’altro vicina all’espressione che si usa in inglese per l’innamoramento, fall in love, cadere in amore).

Chi si innamora è in un certo senso vuoto, inconsciamente disponibile, in attesa dell’occasione; il pretesto è occasionale, ma deve essere un tassello che si incastra nella propria struttura profonda.

Cos’è che fa innamorare?

«C’è qualcosa che coincide esattamente col mio desiderio (di cui non so niente) (…) talora, ciò che dell’altro mi esalta è l’aderenza a un grande modello culturale (io credo di vedere l’altro dipinto da un artista del passato), talaltra, ad aprire in me la ferita, è invece una certa disinvoltura dell’apparizione: io posso innamorarmi di un atteggiamento un po’ volgare (assunto per provocare): ci sono delle trivialità sottili, mobili, che passano rapidamente sul corpo dell’altro (…) l’aspetto che mi colpisce si riferisce a una particella di pratica, al momento fuggevole di una posizione… ».

Il rapporto tra innamoramento e amare è esplorato da Barthes, eppure non ha univoca soluzione. Si sa che essere innamorato non somiglia a nient’altro, ed è perciò riconoscibile in qualunque tipo di rapporto. L’essere innamorato è un desiderio di possesso, l’amare è quella componente del sentimento che, oltre a prendere, vuole anche dare. Quando si parla di dare in amore, ci si riferisce solo raramente a sacrifici materiali: tollerare, non dire, non litigare, non alzare la voce, non usare un certo linguaggio… a volte fingere, per proteggere. Si tratta quindi di una padronanza dei sentimenti che sembra contrastare con la natura un po’ infantile, quasi morbosa, dell’essere innamorati. Eppure non riescono a procedere separati.4

L’amore visto dall’esterno diventa osceno,5 perché la sentimentalità è stata screditata dall’opinione moderna, non vi è sistema di idee che stimi o difenda l’amore-passione, non vi è una teoria ufficiale, come ai tempi del Simposio, né una scusante, oramai l’essere innamorato è una teoria fuori moda e fuori dalla storia, e rende perciò osceno l’innamorato, esposto senza difese. L’innamorato mostra i suoi sentimenti senza una mediazione di forma, che sia un romanzo, o una rappresentazione teatrale, una qualche finzione che possa proteggerlo dall’opinione comune. La solitudine che lo caratterizza è timida, non trasgressiva, né eroica. Se vi è comprensione per l’innamoramento adolescenziale, ciò non vale se questo “errore” viene reiterato, e se l’innamorato diventa recidivo. Finché l’innamorato resta tale, è solo, ma la solitudine a cui ci si riferisce non è quella di una persona, poiché anzi l’innamorato ha spesso persone con cui confidarsi, ma una solitudine di sistema, di una comprensione che non sia compassione e “attesa che passi”: gli unici capaci di questa comprensione sono gli altri innamorati, gli altri folli.

Barthes non trascura il concetto di dipendenza6, e anzi individua un momento in cui essa diventa consapevole, ma non viene allontanata, né svalutata, né considerata un problema: anche negli elementi più futili, il soggetto amoroso di Barthes non limita e non nasconde la sua dipendenza, perché così dà valore alla sua domanda d’amore, come chi venera una divinità mostra il sacrificio che sta offrendo.

Solo in determinate condizioni spunta un desiderio di imporsi nel soggetto amoroso: ad esempio, nel momento in cui l’oggetto amato fosse subordinato a qualcun altro, chi ama si sentirebbe non solo consegnato nelle mani dell’amato, ma sottoposto alle decisioni di qualcun altro, che egli non ha scelto, e solo per questo non riuscirebbe a tollerare la propria dipendenza.

In questi casi iniziano le rivendicazioni e le recriminazioni, perché il dono e il sacrificio diventano un modo per “dominare” nella coppia, come se l’abnegazione fosse una moneta di scambio, con la quale si ottiene importanza e potere nella coppia. Un regalo amoroso viene accuratamente scelto, e vengono valutate tutte le possibili motivazioni per cui esso possa non essere ben accolto, perché può deludere o sembrare troppo impegnativo, e perché diventa un sostituto dell’oggetto amoroso, quasi un feticcio (“indossa il mio regalo”, “dorme con il mio regalo”…). Ma bisogna fare attenzione proprio al parlare di un dono, che questo sia un regalo materiale, o un sacrificio, o una resa incondizionata all’altro: significa porlo nell’economia di scambio nella coppia. Esso diventa: “faccio più di quanto fai tu”.

In realtà, anche se nel ragionamento amoroso c’è un calcolo di pro e contro, è generalmente per impazienza: si è consapevoli che il dispendio è aperto, e si tratta di un tesoro di energie e pensieri che viene dilapidato senza alcun guadagno assicurato.7

Un’altra caratteristica dell’analisi di Barthes, è il molteplice livello in cui un soggetto innamorato utilizza il linguaggio: l’immaginazione. Il soggetto amoroso, inchiodato da se stesso in una situazione insopportabile, inizia a immaginarsi una storia, l’immagine di se stesso che si salva, attraverso una fuga, o un viaggio, una separazione, il suicidio, o un nuovo amore. Elaborando una finzione, l’innamorato combatte idealmente i propri demoni: “farei così, andrei da lei… , affronterei … , direi … , e lei non potrebbe resistermi e mi inseguirebbe, … ”. Dando origine a questa finzione,8 il soggetto amoroso vede se stesso ancora pieno di dignità, e in questo luogo fittizio, come una catarsi, trova un attimo di quiete dal suo tormento, una piccola rivincita. Questa non è una soluzione definitiva però: l’innamorato non può uscirne sulla base di un pensiero immaginato, la trappola non si spezza da sola.

1 R. Barthes, Frammenti di un discorso amoroso, Einaudi, 2005, Attesa, p. 17

2 R. Barthes, Frammenti di un discorso amoroso, Einaudi, 2005, Incontro (p.109)

3 R. Barthes, Frammenti di un discorso amoroso, Einaudi, 2005, Rapimento, p.162

4 ibidem, p.101

5 ibidem p.149

6 ibidem, p.79

7 Al contrario di come dirà Bauman in seguito, lo vedremo nel §1.3.5

8 ibidem, p. 211

Le riflessioni riportate sono tratti dal libro di Roland Barthes “Frammenti di un discorso amoroso” edito da Einaudi, testo che consiglio vivamente di leggere perchè “illuminante” sulla fenomenologia dell’amore

ABBANDONO – A seconda di tale o talaltra circostanza, il soggetto amoroso si sente trascinato dalla paura di un pericolo, di una ferita, di un abbandono, di un improvviso cambiamento – sentimento che egli esprime con la parola angoscia

ANGOSCIA – A seconda di tale o talaltra circostanza, il soggetto amoroso si sente trascinato dalla paura di un pericolo, di una ferita, di un abbandono, di un improvviso cambiamento – sentimento che egli esprime con la parola angoscia…

Lo psicotico vive nel timore del crollo. Ma “la paura clinica del crollo è la paura d’un crollo che è già stato subito… e vi sono dei momenti in cui un paziente ha bisogno che gli si dica che il crollo la cui paura mina la sua vita è già avvenuto”. Lo stesso avviene, a quanto sembra, per l’angoscia d’amore: essa è la paura di una perdita che è già avvenuta, sin dall’inizio dell’amore, sin dal momento in cui sono stato stregato. Bisognerebbe che qualcuno potesse dirmi: “Non essere più angosciato, tu l’hai già perduto(a)”.

ANNULLAMENTO – Accesso di linguaggio durante il quale il soggetto giunge ad annullare l’oggetto amato sotto il volume dell’amore stesso: con una perversione propriamente amorosa, il soggetto ama l’amore, non l’oggetto.

ASSENZA – Ogni episodio che mette in scena l’assenza dell’oggetto amato – quali che siano la causa e la durata – e tende a trasformare questa assenza in prova d’abbandono…

Orbene l’unica assenza è quella dell’altro; è l’altro che parte, sono io che resto. L’altro è in stato di perpetua partenza, sempre sul punto di mettersi in viaggio; egli è, per vocazione, migratore, errante; io che amo sono invece, per vocazione inversa, sedentario, immobile, a disposizione, in attesa, sempre nello stesso posto, in giacenza, come un pacco in un angolo sperduto della stazione… Esprimere l’assenza… è come dire: “Sono meno amato di quanto io ami”.

ATTESA – tumulto d’angoscia suscitato dall’attesa dell’essere amato in seguito a piccolissimi ritardi (appuntamenti, telefonate, lettere, ritorni)…

“Sono innamorato? – Si, poiché sto aspettando”. L’altro, invece non aspetta mai. Talvolta, ho voglia di giocare a quello che non aspetta; cerco allora di tenermi occupato, di arrivare in ritardo; ma a questo gioco, io perdo sempre: qualunque cosa io faccia, mi ritrovo sempre sfaccendato, esatto, o per meglio dire in anticipo. La fatale identità dell’innamorato non è altro che: io sono quello che aspetta.

(Nel transfert, si aspetta sempre – dal medico, dal professore, dall’analista. Ancora più evidentemente se sto aspettando allo sportello d’una banca, o alla partenza d’un aereo, subito stabilisco un rapporto aggressivo con l’impiegato, con l’hostess, la cui indifferenza svela e irrita la mia sudditanza; si può così dire che, ove vi è attesa, vi è transfert: io dipendo da una persona che si fa a mezzo e che impiega del tempo a darsi – come se si trattasse di far scemare il mio desiderio, d’infiacchire il mio bisogno. Fare aspettare: prerogativa costante di qualsiasi potere, “passatempo millenario dell’umanità”)….

Un cavaliere era innamorato di una nobildonna. Lei gli disse: “Sarò vostra solo quando voi avrete passato cento notti ad aspettarmi seduto su una sedia, nel mio giardino, sotto la mia finestra.” Ma alla novantanovesima notte, il cavaliere si alzò, prese la sua sedia sotto il braccio e se n’andò.

CATASTROFE – Crisi violenta durante il quale il soggetto, sentendo la situazione amorosa come un vicolo cieco, una trappola da cui non potrà mai più uscire, si vede destinato a una totale distruzione di sé…

Vi sono due tipi di disperazione: la disperazione pacata, la rassegnazione attiva (“Io vi amo come bisogna amare: nella disperazione”), e la disperazione violenta: un bel giorno, in seguito a un incidente qualsiasi, mi chiudo nella mia stanza e scoppio in lacrime: sono in balia di una forza che mi soverchia, asfissiato dal dolore; il mio corpo s’irrigidisce e si contrae: come in un lampo, freddo e tagliente, io vedo la distruzione a cui sono condannato. Tutto ciò non ha niente di paragonabile alla prostrazione insidiosa, ma in fondo civile, degli amori difficili; non c’è alcun rapporto con l’annichilimento in cui si viene a trovare il soggetto abbandonato: qui, sono come folgorato, ma lucido. La sensazione che provo è quella di una vera e propria catastrofe: “Ecco, sono veramente fottuto!”…

La catastrofe amorosa s’avvicina forse a ciò che, nel campo psicotico, è stata definita situazione estrema, la quale è “una situazione che il soggetto vive conscio del fatto che esso finirà col distruggerlo irrimediabilmente”; l’immagine è ricavata da ciò che avvenne a Dachau… le due situazioni hanno in comune questo: esse sono, alla lettera, due situazioni paniche: entrambe sono senza seguito, senza ritorno: io mi sono talmente trasfuso nell’altro che, quando esso mi viene a mancare, non riesco più a riprendermi, a ricuperarmi: sono perduto per sempre.

COLPE – In un qualsiasi episodio trascurabile della vita d’ogni giorno, il soggetto crede di aver mancato nei confronti dell’essere amato e prova per questo un sentimento di colpevolezza.

COMPASSIONE – Il soggetto prova un sentimento di compassione nei riguardi dell’oggetto amato ogni volta che lo vede, lo sente o lo sa infelice o minacciato da qualcosa che è estraneo alla relazione amorosa in sé.

FASTIDIO – Sentimento di moderata gelosia che coglie il soggetto amoroso quando vede che l’interesse dell’essere amato è catturato e distolto da persone, oggetti o azioni che ai suoi occhi agiscono come altrettanti rivali secondari.

FESTA – Il soggetto amoroso vive ogni incontro con l’essere amato come una festa.

IDENTIFICAZIONE – Il soggetto s’identifica dolorosamente con qualsiasi persona (o qualsiasi personaggio) che nella struttura amorosa occupi la sua stessa posizione.

MOSTRUOSO – Il soggetto si rende improvvisamente conto di stare soffocando l’oggetto amato chiudendolo in una rete di soprusi: di colpo, da individuo sventurato che desta compassione, egli si sente diventare un essere mostruoso.

PERCHE’ – Mentre da un alto si domanda ossessivamente perché non è amato, dall’altro il soggetto amoroso continua a credere che in fin dei conti l’oggetto amato lo ama, solo che non glielo dice.

PIANGERE – Piangendo, voglio impressionare qualcuno, fare pressione su di lui (“Guarda che cosa hai fatto di me”). Questo qualcuno potrebbe essere – ed è quasi sempre – l’altro, che si vuole in questo modo costringere ad assumere apertamente la sua commiserazione o la sua insensibilità; ma potrei anche essere io stesso: mi faccio piangere per provare a me stesso che non è un’illusione: le lacrime sono dei segni, non delle espressioni. Attraverso le mie lacrime io racconto una storia, do vita a un mito del dolore e da quel momento mi uniformo ad esso: posso vivre con il dolore perché, piangendo, mi do un interlocutore enfatico che riceve il messaggio più “vero”: quello del mio corpo e non già quello della mia lingua. “Cosa sono mai le parole? Una lacrima sola dice assai di più”.

RISVEGLIO – Modi diversi in cui il soggetto amoroso si ritrova, al suo risveglio, nuovamente assalito dall’assillo della sua passione.

ROVESCIAMENTO: – “Non riesco a capirti” vuol dire: “Non saprò mai che cosa pensi veramente di me”. Non posso decifrare te perché non so come tu decifri me.

SEGNI – Sia che voglia dar prova del suo amore, sia che si sforzi di decifrare se l’altro lo ama, il soggetto amoroso non ha a sua disposizion nessun sistema di segni sicuri.

Il soggetto amoroso si domanda non già se egli deve dichiarare all’essere amato il suo amore (non è una figura della confessione), ma in che misura deve nascondergli i “turbamenti” (le turbolenze) della sua passione: i suoi desideri, le sue angustie, in poche parole, i suoi eccessi (nel linguaggio raciniano: il suo furore).

L’amore acceca: questo proverbio è falso. L’amore spalanca gli occhi, rende chiaroveggenti: “Di te, su te, io posseggo tutto il sapere”. Dice il sottoposto al padrone: tu hai ogni potere su di me, ma io so tutto di te.

SUICIDIO – Nella sfera amorosa, il desiderio di suicidio è frequente: basta un niente per destarlo. …Idea di suicidio; idea di separazione; idea di ritiro solitario; idea di viaggio; idea di oblazione, ecc.; posso immaginare varie soluzioni alla crisi amorosa e difatti non faccio che pensare a questo. Eppure, per quanto alienato sia, io non ho difficoltà a cogliere, attraverso queste idee ricorrenti, una figura unica, vuota, che è poi quella della via di scampo; ciò con cui, con compiacenza, io vivo, è il fantasma d’un altro ruolo: il ruolo di qualcuno che “se la cava”.

Dott. Roberto Cavaliere

Psicologo, Psicoterapeuta

Studio in Milano, Roma, Napoli e Vietri sul Mare (Sa)

per contatti e consulenze private tel.320-8573502 email:cavalierer@iltuopsicologo.it

 

 

L’AMORE IN OCCIDENTE DI DE ROUGEMENT

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Brani tratti da L’amore in occidente di De Rougemont

Amare l’amore più dell’oggetto dell’amore, amare la passione per se stessa, dall’amabam amare di Agostino fino al Romanticismo moderno, significa amare e cercar la sofferenza. Amore-passione: desiderio di ciò che ci ferisce e ci annienta con il suo trionfo.

Perchè a qualsiasi altro racconto preferiamo quello d’un amore impossibile? Proprio perché ci piace bruciare ed essere coscienti di ciò che brucia in noi.

Ciò che essi amano è l’amore, è il fatto stesso di amare. (…) Tristano ama di sentirsi amato ben più che non ami Isotta la bionda. E Isotta non fa nulla per trattenere Tristano presso di sé: le basta un sogno appassionato. Hanno bisogno l’uno dell’altro per bruciare, ma non dell’altro come è in realtà; e non della presenza dell’altro, ma piuttosto della sua assenza.

L’amore felice non ha storia. Romanzi ne ha dati solo l’amore mortale, cioè l’amore minacciato e condannato dalla vita stessa.

Così abbiamo visto che Tristano ama Isotta non già nella sua realtà, ma in quanto essa desta in lui l’arsura deliziosa del desiderio. L’amore-passione tende a confondersi con una esaltazione narcisistica

Chiamerò libero un uomo che possiede se stesso. Ma l’uomo della passione, al contrario, cerca di essere posseduto, spogliato, gettato fuori di sé medesimo, nell’estasi.

il fatto che il desiderio sia o non sia soddisfatto, non cambia niente. La passione, una volta dichiarata, pretende molto più che la soddisfazione, vuole tutto e soprattutto l’impossibile: l’infinito in un essere finito.

L’AMORE LIQUIDO DI BAUMANN

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Brani tratti da Baumann, L’amore liquido (2006)

“L’amore liquido è un amore diviso tra il desiderio di emozioni e la paura del legame”

La solitudine genera insicurezza, ma altrettanto fa la relazione sentimentale.In una relazione puoi sentirti insicuro quanto saresti senza di essa, o anche peggio.Cambiano solo i nomi che dai alla tua ansia.Finché dura, l’amore è in bilico sull’orlo della sconfitta.Man mano che avanza dissolve il proprio passato; non si lascia alle spalle trincee fortificate in cui potersi ritrarre e cercare rifugio in caso di guai.E non sa cosa lo attende e cosa può serbargli il futuro.Non acquisterà mai fiducia sufficiente a disperdere le nubi e debellare l’ansia.L’amore è un prestito ipotecario fatto su un futuro incerto e imperscrutabile.

E’ insito nella natura dell’amore il fatto che –come Lucano osservò duemila anni fa e Francio Bacon ripeté molti secoli dopo – esso non possa che significare il consegnarsi in ostaggio al destino.

Fino a quando le relazioni sono viste come investimenti redditizi, come garanzie di sicurezza e soluzioni ai tuoi problemi non c’è via di scampo: testa perdi, croce vince l’altro.

Per quanto abbia potuto imparare sull’amore e l’innamoramento, la tua sapienza può giungere solo, come il Messia di Kafka, un giorno dopo il suo arrivo.

«la relazione umana» e la sua sorte in un’età in cui «gli uomini e donne disperati perché abbandonati a se stessi, che si sentono degli oggetti a perdere, che anelano la sicurezza dell’aggregazione e una mano su cui poter contare nel momento del bisogno, e quindi ansiosi di “instaurare relazioni” [sono] al contempo timorosi di restare impigliati in relazioni “stabili”, per non dire definitive, poiché paventano che tale relazione possa comportare oneri e tensioni che non vogliono né pensano di poter sopportare e che dunque possa fortemente limitare la loro tanto agognata libertà di … si, avete indovinato, di instaurare relazioni»

«Come per lo shopping: oggi chi va per negozi non compra per soddisfare un desiderio […] ma semplicemente per togliersi una voglia. Ci vuole tempo, (un tempo insostenibilmente lungo per gli standard di una cultura che aborre la procrastinazione e postula invece il soddisfacimento immediato) per seminare, coltivare, nutrire, il desiderio. Il desiderio ha bisogno di tempo per germogliare, crescere e maturare. Via via che il “lungo termine” diventa sempre più breve, la velocità con cui il desiderio giunge a maturazione resiste ostinatamente all’accelerazione; il tempo occorrente per ottenere il ritorno dell’investimento della coltivazione del desiderio appare sempre più lungo, lo si avverte esasperante e insopportabile» (p. 17). «Oggigiorno i centri commerciali tendono ad essere progettati pensando a desideri facili da nascere e rapidi a estinguersi, non all’onerosa e protratta creazione e coltivazione dei desideri. L’unico desiderio che una visita al centro commerciale deve instillare e instilla è quello di reiterare all’infinito l’eccitante momento del lasciarsi andare, del dare briglia sciolta alle proprie voglie senza un copione prestabilito» (p. 18).

«Togliersi una voglia, diversamente dall’esaudire un desiderio, è soltanto un atto estemporaneo, che si spera non lasci conseguenze durevoli che potrebbero ostacolare ulteriori momenti di estasi gioiosa. Nel caso delle relazioni, e delle relazioni sessuali in particolare, seguire le voglie anziché i desideri significa lasciare la porta bene aperta “ad altre opportunità romantiche” le quali, come sostengono le psicologhe del Guardian potrebbero rivelarsi più soddisfacenti e appaganti» (p. 18).

«Mentre il principio del togliersi-le-voglie è inculcato a fondo nella condotta quotidiana dai poteri forti del mercato dei beni di consumo, il coltivare un desiderio sembra inquietantemente, inopportunamente, fastidiosamente, propendere dalla parte dell’impegno amoroso. Il desiderio va curato, coltivato, implica una cura prolungata, un difficile negoziato senza soluzioni scontate, qualche scelta difficile e alcuni compromessi dolorosi […] nella sua radicalizzata reincarnazione sotto forma di voglia, il desiderio ha perso gran parte dei suoi attributi fastidiosi […]. Come recitava il messaggio pubblicitario di una famosa carta di credito, oggi “ è possibile eliminare l’attesa dal desiderio”. Quando è pilotata dalla voglia, la relazione tra due persone segue il modello dello shopping e non chiede altro che le capacità di un consumatore medio, moderatamente esperto. Al pari di altri prodotti di consumo, è fatta per essere consumata sul posto (non richiede addestramento ulteriore o una preparazione prolungata) ed essere usata una sola volta. Innanzitutto, la sua essenza è quella di potersene disfare senza problemi. Se ritenute scadenti o non di piena soddisfazione le merci possono essere sostituite con altri prodotti che si spera più soddisfacenti […] ma anche se mantengono le promesse, nessuno si aspetta da esse che durino a lungo; dopo tutto, automobili, computer o telefoni cellulari in perfetto stato e ancora funzionanti vengono gettati via senza troppo rammarico nel momento stesso in cui le loro versioni nuove e aggiornate giungono nei negozi e divengono l’ultimo grido. Perché mai le relazioni dovrebbero fare eccezione alla regola?»

AMORE PERFETTO, RELAZIONI IMPERFETTE (WELWOOD)

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L’aprire il cuore ad un altro ci porta quasi sempre a misurarci con gli ostacoli che abbiamo dentro nei confronti dell’amore – a toccare tutti quei punti legati alla paura dell’intimità o al desiderio di rimanere chiusi in noi stessi. E se questa apertura d’amore continua, ben presto ci accorgiamo che iniziamo ad agire i soliti giochi di autoingannano che ci hanno intrappolato per tutta la vita. E inevitabilmente, tutto questo logorio interioriore prima o poi conduce a una situazione di lotta e di conflitto con il nostro partner.

La decisione di impegnarci in una relazione implica dunque l’inevitabile decisione di affrontare queste paure e confrontarci con questi rigidi modelli che sorgono puntualmente in una relazione. Ma per lavorare efficacemente su queste paure abbiamo però bisogno di riconoscere che cosa abbiamo veramente davanti e comprendere le forze che sono all’opera all’interno della relazione con il nostro partner, il quale può svolgere un ruolo molto importante nell’aiutarci a capirle e dominarle. Allora questi ostacoli possono diventare delle pietre migliari che ci portano avanti anziché trasformarsi in barriere che ostacolano la relazione e la nostra via.

Modelli condizionati

In realtà, il modo in cui ognuno di noi esprime e riceve amore (così come le eventuali paure che ne derivano) è stato stabilito molti anni fa, e dipende in gran parte dalle modalità con cui si sono espresse le nostre relazioni intime con nostro padre e nostra madre. I nostri genitori hanno svolto una fortissima influenza su di noi, non solo perché il nostro benessere dipendeva totalmente da loro, ma anche perché sono state le prime persone che abbiamo amato profondamente.

L’influenza psicologica dei genitori sui figli è ancora più forte oggi, in una società come la nostra dove oramai la famiglia allargata e la comunità parentale che una volta mitigavano l’impatto genitoriale si sono dissolte. Crescere in una famiglia nucleare isolata, lontana da una rete più ampia di figure parentali non offre abbastanza separatezza dai genitori e in ogni caso non dà l’opportunità di sperimentare una gamma sufficientemente ampia di modelli.

Perdita e abbandono

In fondo a tutte le paure dell’intimità c’è quasi sempre la paura dell’abbandono. Le persone i cui genitori sono stati distanti, non disposti o non disponibili, sono in genere le prime a temere la perdita dell’amore. Essi hanno paura di essere negletti o abbandonati di nuovo. Pertanto sono portati a creare relazioni quasi di dipendenza e a chiedere in continuazione al partner prove del loro amore. Oppure possono continuare a vivere fuori “dalla porta” in modo da non trovarsi in una situazione, dove potrebbero rischiare di essere abbandonate.

All’altro estremo ci sono coloro che hanno avuto genitori eccessivamente presenti, invasivi, costoro avranno paura di essere controllati emozionalmente o feriti da un partner in una relazione intima. E poiché le relazioni con i genitori spesso contengono influenze complesse e contraddittorie, molti crescono temendo entrambi i casi; e cioè sia la paura dell’abbandono che la paura di rimanere “intrappolati” e tutto ciò viene poi agito in modi differenti, a seconda delle situazioni.

Con un partner possiamo combattere per mantenere il nostro spazio separato, mentre con un altro ci scontreremo per avere più intimità e vicinanza. Quando agiamo queste paure in una relazione, non facciamo altro che rivivere le vecchie scene che costituiscono il dramma universale dell’infanzia. Un dramma che in genere presenta due subtrame principali: la prima è la costruzione del legame con i nostri genitori, la seconda è la fase della separazione da essi per diventare un individuo autonomo.

Le ferite dell’infanzia

Chi di noi non ha potuto vivere a pieno un legame profondo con i genitori o chi non è riuscito a separarsi completamente da essi, lascia l’infanzia ferito in una di queste due aree. Da adulti, l’ansia derivante da questi bisogni frustrati, ci spinge o a rivoltarci verso questi desideri inappagati o a cercarli in modo esasperato. Se i nostri genitori non hanno risposto ai nostri bisogni d’amore e di affetto, è probabile che ci sentiremo in colpa e/o molto esigenti sul piano emotivo e relazione. Se invece, i nostri genitori non hanno dato valore al nostro bisogno di indipendenza è più facile che ci sentiremo in colpa o con un atteggiamento di sfida per il fatto di reclamare un nostro spazio individuale. Tutte queste ferite, vengono perpetuate ogni qualvolta manteniamo un atteggiamento d’amore condizionato per noi stessi, cosa che poi ostacola il libero flusso dell’amore nelle relazioni. (“Io mi voglio bene solo se non ho bisogno di nessuno…o se piaccio agli altri”).

Le persone che soffrono della paura d’abbandono quasi si vergognano di questo sentimento, e pertanto hanno difficoltà a entrare in relazione con gli altri. Poiché essi non credono di potersi permettere di esprimere il loro bisogno di contatto, agiscono questo in modo indiretto, distorto o compulsivo.

Questi individui possono diventare persone eccessivamente esigenti, manipolative o critiche quando il loro partner non è li nella maniera in cui essi vorrebbero. E tutto spesso ha l’effetto di allontanare il partner, la qualcosa frustra ulteriormente il loro bisogno di contatto e li fa sentire ancora più impotenti. Inoltre poiché si sentono cronicamente bisognosi d’affetto diventa per loro difficile riconoscere la necessità di avere un proprio spazio individuale o di essere indipendenti. E quando il loro partner comincia ad agire questi bisogni, essi ne fanno un ulteriore motivo di conflitto.

Bisogno d’intimità

Una situazione analoga, ma rovesciata vivono coloro che, avendo avuto genitori eccessivamente invasivi, temono di perdere la propria individualità nella relazione. Costoro si vivono in conflitto solo per il fatto di sentirsi individui separati e non hanno fiducia nella loro autonomia. Di conseguenza agiscono il loro bisogno di spazio e libertà in modo esagerato. Mantenendo troppo distanza dal proprio partner, perché troppa intimità può minacciare il loro già fragile senso d’indipendenza, essi non riescono a riconoscere il bisogno di vicinanza e relazione. E quando il loro partner esprime un maggior bisogno d’intimità, i due rischiano di cadere nella trappola di una lotta “polarizzata”.

Insomma, ogni relazione riapre inevitabilmente vecchie ferite d’infanzia, tutto ciò fa sì che noi li agiamo in modo esagerato, poco amichevole e manipolativo, spingendo i nostri partner nella direzione opposta. A loro volta, i nostri partner cominciano ad agire i difetti opposti: gli stessi e si scatena così una furiosa lotta all’interno della coppia, la cui reale natura è spesso poco chiara ad entrambi. Fortunatamente, tutte queste ferite possono essere curate anche nel mezzo di una relazione. E da questo punto divista, tutte le difficoltà che si incontrano in una relazione profonda possono essere considerate come un utili percorso di crescita.

Storie e copioni

Invece, quello che di solito facciamo è ripetere continuamente gli stessi modelli autodistruttivi. Che cosa rende così difficile riconoscere questo comportamento e modificarlo? Qualche tempo fa ho conosciuto un uomo che diventava così ossessivo ogni qualvolta che iniziava una relazione con una donna che questa immancabilmente se ne andava via. Tutto questo lo faceva sentire abbandonato e poco amato, convincendolo sempre di più della sua incapacità di avere una relazione. Perché Chris continuava a ripetere all’infinito un tale modello distruttivo? In realtà, sotto questo tipo di comportamento compulsivo c’è qualcosa di più persistente: una storia e un copione che tutti noi recitiamo.

In realtà, Chris aveva sviluppato questa atteggiamento affrontare la grave deprivazione che aveva ricevuto durante l’infanzia. I bambini cercano di capire come mai i genitori non sono più amorevoli con loro. E’ spesso la risposta che si danno è che sono loro ad essere i cattivi e i non meritevoli d’ amore. Attraverso lo stesso percorso, Chris era giunto alla conclusione che i suoi genitori l’ho avevano trascurato perché egli non era abbastanza buono, insomma si era creato quest’identità per dare una risposta soddisfacente ai suoi bisogni insoddisfatti. Questo gli ha dato una sorta di sicurezza, l’unica che disponibile per lui. Da allora Chris, riesce a sentirsi pienamente se stesso solo quando si sente vuoto, affamato d’amore, deprivato. Come bambino questa è stata una strategia brillante per mantenersi in qualche modo unito, integro in una situazione familiare che minacciava la sua sopravvivenza fisica ed emotiva. Ma da adulto, l’attaccamento a questa identità limitata, gli aveva reso impossibile ricevere nutrimento affettivo. Ogni qualvolta incontrava una donna disponibile a daglielo, Chris si sentiva come se stesse perdendo se stesso, la sua identità. Perché oramai era in grado di sentire se stesso solo quando correva dietro a una donna o quando si sentiva abbandonato perché l’aveva persa. Come nel caso di Chris, ci possono numerosi altri esempi di copioni appresi durante l’infanzia che poi si riflettono negativamente nella vita adulta.

In più noi crediamo che la nostra storia rappresenti accuratamente il modo in cui le cose sono veramente. In verità si tratta solo di un sogno, di un modello condizionato di credenze che continua a ricreare il tipo di situazione che ci aveva ferito la prima volta. Condizionando così pesantemente le nostre relazioni, queste storie diventano profezie che si auto-avverano ricreando proprio quella situazione di cui abbiamo tanta paura. Tutto ciò rafforza le nostre convinzioni sbagliate, facendo si che esse diventino ancora più forti e si perpetuino all’infinito.

tratto da: John Welwood, Journey of the heart, Thorsons, London

CIORAN E L’AMORE

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Riflessioni del filosofo Cioran sull’amore

L’equivoco dell’amore viene dal fatto che uno è felice e infelice allo stesso tempo, la sofferenza si uguaglia alla voluttà in un turbine unitario. Per questo la disgrazia nell’amore cresce via via che la donna la percepisce e, proprio per questo, ama molto di più. Una passione senza limiti porta a lamentare che il mare abbia un fondale, ed è nell’immensità dell’azzurro che uno sazia il suo desiderio di immersione nell’infinito. Almeno in cielo non ci sono confini e sembra essere all’altezza del suicidio.

L’amore è un bisogno di affogarsi, una tentazione di profondità.In questo assomiglia alla morte. Così si spiega perché solo lenature erotiche possiedano il senso dell’infinito. Nell’amare siscende fino alle radici della vita, fino alla freddezza fatale della morte. Nell’abbraccio non ci sono raggi in grado di trapassare, e le finestre si aprono fino allo spazio infinito, affinché uno possa precipitarvi. C’è molto di felicità edi infelicità negli alti e bassi dell’amore, e il cuore è troppo stretto per queste dimensioni.

L’erotismo va oltre l’uomo: lo riempie e lo distrugge. È per questo che, schiacciato da queste onde, uno lascia passare i giorni senza rendersi conto che gli oggetti esistono, le creature si agitano e la vita si consuma,una volta che, intrappolato nel sogno voluttuoso dell’Eros, con tanto di vita e di amore, si è dimenticato dell’uno e dell’altro, e così nello svegliarsi dall’amore, agli inevitabili strazi segue un crollo lucido e senza consolazione possibile.

Il senso più profondo dell’amore non si trova nel “genio della specie”, e nemmeno nell’annullamento dell’individuazione. Avrebbe queste intensità tempestose l’amore, questa gravità inumana, se fossimo soltanto strumenti e ci perdessimo personalmente? Come ammettere che ci coinvolgiamo in tali enormi sofferenze unicamente per diventare vittime?

L’uomo e la donna non sono capaci di tanta rinuncia né di tanto inganno. In fondo amiamo per difenderci dal vuoto dell’esistenza, e come reazione ad esso. La dimensione erotica del nostro essere è una pienezza dolente, fatta proprio per riempire il vuoto che è dentro e anche fuori di noi. Senza l’invasione del vuoto essenziale che corrode la nudità dell’essere e distrugge l’illusione indispensabile all’esistenza, l’amore sarebbe soltanto un facile esercizio, un pretesto piacevole, e non sicuramente una reazione misteriosa a un’agitazione crepuscolare. Il niente che ci circonda soffre la presenza dell’Eros, che è anch’esso ingannevole e cerca di colpire l’esistenza. Di tutto ciò che viene offerto alla sensibilità, l’amore è il meno vuoto, al quale non si può rinunciare senza aprire le braccia al vuoto naturale, comune, eterno. Concentrando in sé un massimo di vita e di morte, l’amore costituisce un’irruzione di intensità nel vuoto.

Avremmo potuto sopportare la sofferenza dell’amore se questo non fosse un’arma contro la decadenza cosmica, contro il marciume immanente?

E saremmo stati in grado di scivolare verso la morte, attraverso incantamenti e sospiri, se non avessimo trovato in esso una forma di essere fino al non essere?

… Il vero contatto fra gli esseri si stabilisce solo con la presenza muta, con l’apparente non-comunicazione, con lo scambio misterioso e senza parole che assomiglia alla preghiera interiore.»

Il pallore ci mostra fino a che punto il corpo può capire l’anima.